Prima Linea fu un’organizzazione terroristica di estrema sinistra. Attiva in Italia tra la seconda metà degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, nel periodo noto come “anni di piombo”.
Nata in un contesto di forte conflittualità politica e sociale, si caratterizzò per una strategia di lotta armata rivolta contro lo Stato, le sue istituzioni. Nel mirino in particolare magistrati, forze dell’ordine e dirigenti pubblici.
A differenza delle Brigate Rosse, Prima Linea adottò una struttura meno centralizzata. Si organizzò in nuclei operativi territoriali, e fece largo uso di azioni armate mirate, tra cui omicidi e attentati. L’obiettivo era quello di colpire ciò che l’organizzazione considerava i “centri del potere repressivo”, con l’intento di destabilizzare l’ordinamento democratico e alimentare un conflitto rivoluzionario.
L’agguato di Prima Linea a Guido Galli
Nel marzo del 1980, l’offensiva terroristica contro lo Stato raggiunse il suo apice di ferocia. In soli quattro giorni, la magistratura italiana fu decimata: dopo l’uccisione di Nicola Giacumbi a Salerno (16 marzo) e di Girolamo Minervini a Roma (18 marzo) per mano delle Brigate Rosse, il 19 marzo il terrore colpì il cuore di Milano. A firmare l’ultimo, cruento atto di quella settimana fu Prima Linea, l’organizzazione che più di ogni altra scelse la via dell’attacco frontale e “militare” ai singoli servitori delle istituzioni.
Prima Linea: la “struttura aperta” del terrore
Mentre le Brigate Rosse perseguivano una strategia centralizzata e compartimentata, Prima Linea (PL) si impose tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80 come un’organizzazione più fluida, radicata nei territori e composta da nuclei operativi pronti all’azione diretta. Nata dal clima di estrema conflittualità sociale dell’epoca, PL mirava ai cosiddetti “centri del potere repressivo”: magistrati, forze dell’ordine e dirigenti pubblici. L’obiettivo era chiaro: destabilizzare la democrazia per alimentare una scintilla rivoluzionaria attraverso omicidi mirati.

L’omicidio Galli: vendetta e intimidazione
Il 19 marzo 1980, questo disegno criminale si abbatté su Guido Galli. Giudice istruttore presso il Tribunale di Milano e stimato docente di criminologia, Galli rappresentava un ostacolo insormontabile per l’eversione. Aveva appena concluso la più imponente inchiesta giudiziaria contro i vertici di Prima Linea, un lavoro meticoloso che stava per sfociare in un processo decisivo per lo smantellamento dell’organizzazione.
L’agguato avvenne in un luogo simbolo della conoscenza e della libertà: l’Università Statale di Milano. Il “gruppo di fuoco Romano Tognini”, braccio armato di PL, attese il magistrato davanti all’aula 309. Galli fu assassinato mentre si recava a tenere lezione, colpito a morte nel suo duplice ruolo di uomo di legge e di educatore. Fu un attacco punitivo, volto a colpire chi, con indipendenza e rigore, stava smontando la retorica della lotta armata attraverso i codici.
Una democrazia ferita ma resiliente
L’uccisione di Galli, insieme a quella di Giacumbi, Minervini e – pochi mesi dopo – di Mario Amato (ucciso dai NAR a giugno), segnò uno dei punti più bassi e drammatici della storia repubblicana. Eppure, proprio la violenza cieca di Prima Linea ne accelerò la fine: la risposta ferma dello Stato, unita a una crescente ondata di dissociazione interna, portò al progressivo declino e alla definitiva cessazione delle attività di PL nei primi anni Ottanta.
Il valore della testimonianza
Per onorare il sacrificio di questi magistrati, il Consiglio Superiore della Magistratura ha intrapreso un’opera di recupero storico senza precedenti. Attraverso la pubblicazione di documenti d’archivio, verbali e fascicoli personali, il CSM restituisce oggi la dignità professionale e umana di uomini che, come Guido Galli, hanno difeso la democrazia con l’unica arma a loro disposizione: la legalità.

